Il Calabrone: massimiliano carbone

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I ragazzi dello scientifico incontrano Liliana Carbone


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E a voi fa schifo?

di Gianluca Buoncore - Classe 4c del Liceo Scientifico di Soverato

Quanti sono i nomi di persone uccise dalla mafia che vivono nell’oscurità del dimenticatoio? Molti, moltissimi, troppi! Quante sono le persone che costantemente vivono la paura e la sofferenza che la mafia loro infligge? Molte, moltissime, troppe! E quanti di voi credono che la mafia non le riguardi da vicino? Ancora una volta molti, moltissimi, troppi!

Se pensiamo alla mafia di casa nostra, la ‘ndrangheta, subito immaginiamo questi uomini dediti ai  commerci di sostanze stupefacenti, ai più grandi mercanti di droga in tutto il mondo. Certo, la ‘ndrangheta è principalmente questo, o meglio questi sono i mezzi che portano all’organizzazione i maggiori introiti. Ma la mafia è anche altro. Definirla, risulta difficile, per il semplice fatto che nessuna parola sarebbe abbastanza adatta a descrivere la ripugnanza di una tale organizzazione. Un branco di cani randagi, ma organizzati. Un’organizzazione di uomini inetti che cerca di imporre il  giogo sui liberi  tramite la violenza e la paura. I primi ad aver paura sono loro: loro che non hanno il coraggio di affrontare una situazione con le proprie forze; loro che commissionano gli omicidi; loro che sparano nel buio della notte. Ecco cosa sono: persone che vivono nell’ignoranza e nella paura, che per esorcizzare queste si lasciano andare ad istinti animaleschi. Non mi va di parlare dell’assetto organizzativo della ‘ndrangheta, anche perché fiumi di parole son già stati versati, e finirei col dire cose che ovunque è possibile reperire.

Vi parlerò invece dello strazio di una madre che ha visto “inchiodare alla croce” suo figlio e, differentemente dalla Vergine, non ha potuto tenerlo tra le braccia. Se vi chiedessi chi è Francesco Fortugno, voi cosa mi rispondereste? E se vi chiedesi di parlarmi di Massimiliano Carbone? Non vi affannate a trovar delle adatte scuse, so bene che pochissimi conoscono questo nome. Massimiliano? Morto dopo sei giorni in una sala d’ospedale a seguito di un agguato tenuto il diciasette settembre del 2004. Le sue “colpe”? Aver amato la vita, la sua terra, una donna, e il loro bambino. Giustificazioni? Ovviamente nessuna. Quale cuore umano, e quale mente savia può dire ad una madre “eh, però se l’è cercata”, e ancora “dovevate aspettarvelo da un momento all’altro”? In quale razza di mondo l’amore può essere il preludio per una condanna a morte? Il mondo delle bestie? Neppure: il mondo della mafia.

Massimliano aveva voluto rimanere nella sua casa, in Calabria, per dara una mano a questa delapidata terra. Aveva però commesso un errore: s’era abbandonato all’amore, peccato per nulla  esecrabile alla sua età, così come in nessun’ altra. Aveva amato una donna sposata ad un uomo lagato alla cosca mafiosa dei Condì. Da questa relazione è nato un bambino, ragione (anche se poco di ragionevole ha) che ha condannato Massimiliano alla morte. La “colpa” di Massimiliano non era stata quela di aver disonorato il marito della donna, né di averlo reso “cornuto”, bensì quella dui aver oltraggiato la cosca e di esserne uscito impunito.

Se vi chiedessi di quantificare in denaro la vostra vita, che prezzo le dareste? CINQUANTAMILA EURO, la vita di Massimiliano. Ecco il prezzo che un inetto ha pagato per far uccidere l’ ex amante della moglie. Sì, badate bene, ho detto “ex amante”: cinque anni eran passati dalla nascita del bambino, quando Massimiliano è stato ucciso. Non mi si venga dunque a dire che si tratta di un delitto passionale come i tantissimi altri che si consumano nel resto d’Italia. È un delitto di mafia, di quella mafia con la “m” minuscola, tanto piccola, sozza e sudicia. Ma non bastava togliere la vita ad un uomo perché desiderava, anche solo di nascosto, vedere il sorriso di suo figlio. Ancora altri dolori inflitti alla famiglia: dalla mafia sempre più sordida, dalla comunità che si cela dietro silenzi assordanti, dalle istituzioni che si nascondono nel buio di ombre accecanti. Quegli uomini piccoli piccoli hanno avuto il coraggio di picchiare barbaramente la madre di Massimiliano, la signora Liliana, davanti alla lapide del figlio; la comunità che ha fatto finta di non sentire le sue grida di terrore; le autorità che hanno infierito ulteriormente sula donna. Speranza? Poca ne rimane. Veramente poca. L’unico scopo della vita della signora Liliana, che tranquillamante afferma “non so se arriverò fino a questa sera”, è di essere l’anello di congiunzione tra Massimiliano e Alessandro, suo figlio, e nipote, un bambino che sa di essere figlio di un uomo fatto ammazzare da colui che lo cresce. È questo il suo unico scopo: portare la verità a suo nipote, poterlo guardare negli occhi, e non solo tramite foto rubate con i telefoni cellulari, e dirgli che suo padre l’amava: era l’ultimo desiderio di Massimiliano. Perché  quella notte in cui dei sicari, avvolti dal manto delle tenebre hanno sparato, non è stato un fenomeno plateale? Un evento che ha fatto scendere in piazza i giovani, come è accaduto per tanti altri? La signora Liliana, donna forte e infinitamente fragile, non si è presentata con il nero fazzoletto legato sul capo a piangere suo figlio. Ma si è presentata vestita della sua amarezza, del suo coraggio, col suo indice accusatore pronta a dichiarare battaglia, pronta a riavere suo nipote. Donna cha ha saputo scontrarsi con i suoi concittadini, persone che sapevano, che avrebbero potuto evitare, persone che le han negato un appoggio umano ed affettivo in un momento di grande sconforto. Donna che ha sbeffeggiato le autorità che han cercato in ogno modo di zittirla di illuderla di raggirarla. Donna cha ha sopportato l’infamia che han fatto ricadere sulla sua famiglia, che ha visto il corpo di suo figlio essere riesumato per accertare, dopo che questo era già stato verificato, la paternità di Massimiliano  su suo nipote.

Quanti di voi hanno mai partecipato ad una manifestazione  contro la mafia che negli ultimi anni spuntano nelle nostre piazze come funghi? Io personalmente mai. Perché? Perché non credo basti la giornata trascorsa a gridare “la mafia fa schifo” o “mafia vaffanculo”. Occorre prendere delle posizioni concrete contro quest’organizzazione. Dei vostri, dei nostri slogan e manifastazioni, la mafia ride, si fa beffe, per il semplice fatto che sa rimarranno lì, in quella piazza. Sa che nonostante le profferte di coraggio nessuno avrebbe veramente il ardimento di opporsi, di dire di no. Le manifedtazioni servono, ovviamente, ma poi?

Ad una mia domanda in merito a quest’ argomento, la signora Liliana, si professa speranzosa. Ha ragione nel dire che i giovani son coloro che possono smuovere le coscienze, che possono dare una mano a questa nostra terra. Sono i giovani ad essere impulsivi, spesso al limite del rischio, e guai se la loro voce non si facesse sentire. Ma ci vuole di più, mlto di più di un semplice “e adesso ammazzateci tutti”.  Vi rendete conto di quanti sono i nostri morti, innocenti o meno questo non ha importanza, a causa di gente barbara? Vi rendete conto di quanti sono i silenzi che celano verità che potrebbero portare sollievo a persone che vivono  nell’angoscia, e fare del bene alla Calabria? La mafia altro non è che ignoranza, e su questa si impone. Lo Stato dovrebbe proteggerci e tutelare la nostra libertà e i nostri diritti, anche se spesso, come la signora Liliana ha testimoniato, non lo fa. Rassegnarci, dunque? Affatto. Alzare la testa e camminare fieri, consapevoli di poter debellare quel cancro che s’è annidato nel nostro corpo. Noi siamo lo Stato, noi siamo la vera forza. E non siamo certo quei quattro vecchietti che giocano a carte o quelle donnine vestite di nero col “maccaturi” sulla testa che non fanno altro che piangere, che i mass media si dilettano a mostrare nel resto d’Italia. La mafia può essere vinta, certo non da un giorno all’ altro, né tantomeno con molta semplicità. Occorrono forza, coraggio, determinazione e desiderio di cambiare la nostra realtà. Se aspettiamo che gli altri facciano per noi, non verremo mai a capo di nulla. Dobbiam essere consapevoli delle nostre potenzialità perché noi possiam fare la differenza.

La mafia siamo noi, con i nostri silenzi, i nostri occhi abbassati, le nostre paure.

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