Il Calabrone: Gli illustri figli

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Gli illustri figli di Calabria


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In memoria di don Francesco Caporale
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Don Francesco Caporale (Badolato 12/07/1872 - Catanzaro 6/10/1961) è figura di prestigio della nostra storia locale e regionale della prima metà del ‘900.

Laureato in utroque jure, docente presso lo studentato teologico diocesano Pio X° di Catanzaro, ma anche parroco di san Nicola in Badolato, a questo prete, di grande statura spirituale e culturale, è infatti toccato in sorte di promuovere e accompagnare la storia del cattolicesimo sociale e democratico nella Calabria contemporanea.

Il 1891 è l’anno della Rerum Novarum che “delinea principi fondamentali, spunti di riflessione e criteri di orientamento, per quei cattolici, altri cristiani e persone di buona volontà, che tentano di trovare nuove forme di  impegno concreto per il raggiungimento del bene sociale e per la promozione di un nuovo umanesimo”.

Il giovane don Caporale traduce immediatamente negli eventi di quegli anni il magistero che scaturisce dall’enciclica leonina, ancor oggi pietra angolare della dottrina sociale della Chiesa.

Ora dal pulpito, ora attraverso incisivi interventi sui giornali dell’epoca, il prete di Badolato si spende per l’elevazione morale e religiosa e il riscatto sociale della propria gente.

Sono gli anni del Patto Gentiloni (1913), premessa all’avvento del Partito Popolare di don Luigi Sturzo.

Lo “Sturzo di Calabria”, come don Caporale verrà definito, entra con entusiasmo ed impegno nel “popolarismo meridionale”, ossia nell’associazionismo cattolico operaio e contadino, e ne diviene ben presto punto di riferimento, unitamente ad altri grandi “popolari” calabresi, come il medico-poeta Antonino Anile di Pizzo e Vito Giuseppe Galati di Vallelonga, più tardi ministro dell’Istruzione nel primo e secondo governo Facta.

Poi, negli anni del Fascismo, quasi al confino nella sua Badolato, don Caporale tace fino alla caduta del regime, allorché, con rinnovato vigore, riprende in politica il suo compito di maestro e di guida.

Nasce la Democrazia Cristiana; ecco la storica vittoria alle elezioni politiche del 18 aprile 1948, ma , a poco a poco, sorgono anche contrasti interni nella gestione del partito e quindi fra gruppi di potere che al partito sono collegati.

E qui, forse, sembrano emergere più chiaramente alcuni snodi storici che hanno caratterizzato e caratterizzano ancor oggi la politica calabrese.

Se infatti, negli anni del dopoguerra, l’ideologia è la forza trainante dei partiti di massa, l’organizzazione degli stessi non è da meno; ma tale organizzazione, soprattutto in Calabria, risulta “debole”: è tanto debole da dover necessariamente legarsi, per sopravvivere, ad élites “forti” della società civile.

Da sempre nel Mezzogiorno, per retaggi storici e culturali, le élites per essere forti devono essere strutturate in senso familistico, ma il familismo è la madre di tutte le clientele, per cui il singolare connubio fra ideologia, familismo e clientela sembra avere, già a metà degli anni 50, il sopravvento su quella visione alta della politica, che don Caporale propugna, con profetica lucidità, nei suoi pezzi giornalistici.

Si consuma così la frattura fra l’antico sturziano e la DC catanzarese del tempo, che prende il sopravvento.

Il resto è storia dei nostri giorni.

Don Francesco Caporale lascia un solco profondo nel movimento cattolico operaio e contadino, per tutto il 900 fino alle soglie del Concilio, emergendo ancor oggi, come autore e personaggio di riferimento, nel panorama politico e sociale calabrese.

La sua dimensione umana e spirituale mostra altresì alle nuove generazioni che non lo hanno conosciuto, i valori etici e civili della nostra terra, valori che, senza incertezze ed equivoci, soltanto i giovani, oggi, in Calabria, dimostrano di voler compiutamente conquistare e fermamente salvaguardare.    

Il 6 ottobre 1984, Giovanni Paolo II, in visita nella nostra Regione, lo ricorderà tra le grandi figure di sacerdoti della storia recente della Calabria, unitamente a don Carlo de Cardona e don Luigi Nicoletti a Cosenza, don Francesco Mottola a Tropea e P.Gaetano Catanoso a Reggio Calabria. “Essi - dirà il Pontefice - hanno capito profondamente il senso della loro testimonianza, strettamente interconnessa e indissolubilmente legata alla dottrina sociale cristiana”.


C O M M E N T I
 Ciao, sono felice che anche tu sei principe di questa battaglia, uniamoci e si potrà vincere.
Silvio
 
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