Il Calabrone: Escalation mafia

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Bombe, proiettili, incendi. Gli attentati mafiosi che hanno colpito negli ultimi mesi i comuni della fascia ionica sono i segnali di una vera e propria ‘escalation’ criminale. La ‘ndrangheta ci guarda in faccia. Strafottenti e arroganti, con l’attentato al palazzo di città di Soverato le ‘ndrine lanciano un messaggio chiaro: possiamo colpire quando e dove vogliamo. Solo che, come sempre avviene quando i clan scelgono la strada del terrore a tutti i costi, più che spingerci a “farcela sotto”, ci spingono, al contrario, a reagire. La ‘ndrangheta che colpisce indiscriminatamente perde consenso, favorisce la sollevazione popolare. E’ giunto quindi il momento di alzare la testa. Come e perché è presto detto. Basta passare in rassegna alcuni gravi attentati intimidatori avvenuti da un anno a questa parte, per vedere che la bomba a Soverato è solo l’epilogo di una storia cominciata tanto tempo fa.

Il 3 gennaio 2007 Montepaone Lido si è svegliata con l’ennesima attività commerciale andata in fumo: una pescheria, “La piccola vela”, aperta da poco e subito bruciata. Il 4 gennaio noi marciavamo con le fiaccole a Soverato per la manifestazione “Cento Passi per il Sud liberato dalle mafie”, organizzato dalla nostra associazione Metasud: nello stesso identico momento, a Badolato hanno incendiato un capannone di proprietà dell’architetto Carnuccio, responsabile dell’ufficio tecnico del comune di Soverato. Carnuccio ha dichiarato a tutta la stampa locale che l’incendio doloso era riferibile ad un’intimidazione legata alla sua attività lavorativa, al comune di Soverato dunque. Tuttavia, in quel momento, quasi nessuno sapeva rinunciare all’immagine di “Soverato - Isola Felice”, ridente cittadina, forse svizzera anziché calabrese, “dove la mafia non esiste”. Pochi giorni prima, il 18 dicembre 2006, spari nella notte contro la porta della società Costa degli Angeli a Badolato Superiore. Sempre a Soverato, nel 2006, proiettili mandavano in frantumi la vetrina del bar Pit Stop su via Trento e Trieste, già incendiato a marzo di quell’anno. Il bilancio del 2006, conta inoltre due auto bruciate a Pasquale Andreacchio, autore del blog informativo “GilBotulino”, la piazza virtuale di Badolato.

Un capitolo a parte merita Isca. Buste con proiettili sono state fatte ritrovare l’8 settembre 2007 nel giardino di una casa, indirizzate, tra l’altro, all’assessore ai Lavori Pubblici, Rina Scicchitano. Bisogna notare che le era stata incendiata l’auto appena dieci giorni prima. Due gravissime intimidazioni rivolte in un lasso di tempo così breve alla stessa persona della giunta guidata da Pierfrancesco (detto Checco) Mirarchi, lasciano esterrefatti e il messaggio non poteva essere più chiaro di così: vogliamo gli appalti.

In questo caso, poi, gli appetiti mafiosi si concentrano su un paese minuscolo, che ha poco più di mille abitanti. Anche se, bisogna aggiungere, dotato di notevole attivismo edilizio, tra piscine modello astronave e lottizzazioni e costruzioni di villette turistiche destinate a turisti inglesi (a quanto pare). Infine, val la pena di ricordare che le signore cosche non si sono fatte problemi ad appiccare il fuoco a mezzo municipio di Chiaravalle, lo scorso marzo. Primavera di fuoco e autunno caldo, è il caso di dire. Questo lungo, spaventoso, elenco è solo un accenno di quanto successo nel nostro comprensorio, da un anno a questa parte.

E’ evidente che amministrare le nostre realtà locali è diventato una brutta gatta da pelare. E’ altrettanto evidente, però, il silenzio dello Stato, anche nella persona dei singoli amministratori. Proclami e denunce contro gli intimidatori rimangono al palo perché sono sempre generiche. Dove sono gli atti di denuncia formale? E’ possibile che mai nessun sindaco o assessore sappia chi lo sta minacciando? Se fosse così, l’intimidazione non avrebbe nemmeno senso, né efficacia, visto che è volta a ottenere qualcosa dalla persona o dalla struttura minacciata. Ognuno si risponda da sé secondo coscienza. Di solito, nessuno sa niente e nessuno ha visto niente. Anche a Soverato, quando viene piazzata una bomba in un orario in cui ancora si passeggia, la piazza è piena e a due passi da un bar frequentato da ragazzi, in una stradina stretta con un palazzone abitato di fronte, all’ora di cena. Impossibile non vedere chi è stato, eppure….Per non parlare poi della difficoltà di reperire testimonianze video per il nostro sito. “Scusi, ma lei che ne pensa?”…le fughe dal microfono e dalla telecamera si sprecano: “Non lo so, non penso niente”.

Per rinfrescarci la memoria, o per crearcene una, è utile approfondire il discorso sulla ‘ndrangheta catanzarese. Per dare al nemico un volto e un nome.

L’identikit lo ha fatto per noi calabresi il giudice Nicola Gratteri, assieme allo scrittore Antonio Nicaso. In “Fratelli di Sangue – la ‘ndrangheta tra arretratezza e modernità: da mafia agropastorale a holding del crimine” (Luigi Pellegrini Editore), il magistrato ha ricostruito la nostra storia, quella dell’altra Calabria, del male oscuro che vogliamo combattere. Scrivono Gratteri e Nicaso: “Oggi in Calabria non esistono più isole felici. La ‘ndrangheta ha conquistato gli ultimi lembi di questa regione sfuggiti alle sue leggi”.

La ‘Santa’ si rafforza entrando con i suoi uomini all’interno delle logge massoniche: entra anche così nel sistema economico, ricicla i proventi della droga e del traffico di armi ed esseri umani in attività legali, come supermercati e centri commerciali, o banche, e corrompe la politica come neanche la mafia siciliana era riuscita a fare. Ha una struttura di tipo ‘verticistico-federativo’, cioè non ha un vero e proprio capo, ma è composta di ‘locali’, cioè famiglie legate a un territorio e quasi ‘federate’ tra loro.

Probabilmente anche grazie alla ‘fuga’ dalla regione di molti studenti, lavoratori, cittadini onesti, nel rapporto tra affiliati ai clan e popolazione, la densità criminale in Calabria è pari al 27%, contro il 12% della Campania e il 10% della Sicilia.

Ecco quindi alcuni dati sulla provincia di Catanzaro.

Secondo Eurispes l’indice di permeabilità mafiosa (IPM)  del catanzarese è di 30,9 punti. Addirittura più di Vibo Valentia (28,1), sebbene lì operi la temibile cosca dei Mancuso. Tradizionalmente è pervasivo il racket dell’estorsione: chi non accetta il ricatto finisce sotto tortura. “Lavorare in Calabria è cosa diversa che altrove”, commenta Giuseppe Gatto, presidente dell’Associazione nazionale costruttori edili in Calabria. Ecco cosa dice: “Ci sono intere aree in cui io stesso da imprenditore edile mi tengo lontano: il Lamentino, larga parte del Reggino, alcune zone della provincia di Catanzaro sono zone off limits”.

Continua Gratteri: “A Catanzaro, dove nel 1903 è stata sgominata un’organizzazione criminale nota come ‘società della malavita catanzarese’, le ‘ndrine locali hanno sempre subito l’influenza dei Mancuso di Limbadi e degli Arena di Isola Capo Rizzuto. Negli ultimi tempi, si è registrata una sorta di coreggenza degli Arena con la cosca dei Gaglianesi, un’organizzazione dotata di grande ‘pervicacia criminale’, aperta anche alla banda degli zingari. A Catanzaro, operano anche i Costanzo e i Catanzariti.

A Guardavalle e nel soveratese operano le cosche Procopio- Lentini di Satriano e Davoli, e Gallace-Novella di Guardavalle, entrambe inserite nei cartelli di narcotrafficanti attivi a Milano, Torino e Roma. Gli altri clan sono i Iozzo-Chiefari a Chiaravalle-Cardinale, i Pilò-Giacobbe a Borgia e dintorni, i Tolone nella zona di Vallefiorita e i Sia a Soverato, Montauro, Montepaone, Gagliato e Petrizzi. Questi ultimi, attivi nel settore degli stupefacenti, sono legati ai Vallelunga di Serra San Bruno e ai Procopio-Lentini di Satriano. Per quanto riguarda le ramificazioni in altre regioni italiane, nei comuni di Anzio e Nettuno è stata registrata la presenza di una veria e propria ‘ndrina distaccata del locale di Guardavalle, con elementi delle famiglie Ruga-Gallace-Novella-Metastasio, dediti al traffico internazionale di stupefacenti e al riciclaggio”.

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