Il Calabrone: Come un libro da scrivere

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Come un libro da scrivere
di Carlotta Pisano

 “Che cos’è più importante, la vita o il senso della vita? La vita!” Dario rigirava il libro consunto che lo accompagnava da mesi ormai, forse da anni, non ricordava, non contava più il tempo del suo eterno vagabondare. Ormai la certezza di essere nato esule in terre straniere era l’unica rimastagli.

Non aveva ricordi di volti sfocati legati al focolare di provenienza; in mente gli balenavano strane fisionomie d’immagini remote… Pensava; lì, dove cielo e mare si uniscono, stuzzicato dal sapore salmastro del vento, con le gambe emaciate che facevano resistenza su scogli che eran lì da sempre.

I fratelli Karamazov, la Russia e la prospettiva nevskij… magari un giorno, si diceva, scostando dagli occhi le ciocche di lunghi capelli riccioluti e consumati dal sole. Lo zaino, accasciato lungo i suoi piedi, mentre spezzoni del libro da lui sussurrati morivano nell’aria… Era solo. Solo circondato da suoni antichi, vento, cicale e lo struscio delle onde. Osservava le orme leggere che aveva precedentemente lasciato sulla sabbia sottile, sembravano essere eterne, e pensava che magari non si sarebbero mai cancellate… Prese a studiarsi i piedi, a giocarci con le dita, meccanismo che ogni qualvolta gli faceva tornare in mente l’immagine di lui bambino che correva scalzo tra spighe dorate. Solo un volto a tener testa alla sua audacia d’infante, un volto ricamato di rughe, dall’età indefinita e dalla pelle aromatizzata dal tabacco a buon mercato. In testa un cappello di paglia che ormai, faceva tutt’uno col nonno. Le sue mani, poi. Grosse e callose, grandi e consolatrici ma anche temute. E poi l’odore del pane cotto negli enormi forni a legna, da comari esperte che la sapevano lunga. Segreti custoditi tra le mura domestiche, ricette come tesori generazionali. Un paesino di pietra, freddo tepore e ricordi di zucchero. Solo questo poteva sapere. Lui da bimbo e il nonno, persosi ormai in un sonno dolente. Diceva sempre di non temere la morte, con questa avrebbe potuto sedare i mali stessi della vecchiaia a cui era condannato. Poi lui, era anarchico. Avrebbe beffato anche quel dio di cui tutti parlavano, diceva con gli occhietti lucidi che cercavano di farsi spazio tra le grinze epidermiche. Poi un giorno non si alzò. Non andò ad arare o mietere nei terreni che aveva ereditato dal padre e che questo, a sua volta, aveva preso da chi c’era stato prima di lui. No. Era freddo, immobile, tenero con un’espressione beata e di sfida tinta sul labbro inferiore. E Dario piccolo intorno al suo letto a dargli strattoni, a far si che anche un pezzo di lui andasse via col morto, non sarebbe tornato più, mai più. Raccolse gli amuleti atavici contro il malocchio del nonno (controsenso che avrebbe capito solo da grande,in quanto il vecchio si autoproclamava libero da ogni scoria infetta della mente) insieme ai libri. Poi il buio. La casa famiglia e la sua vita tutta da ricostruire. Pensava a questo mentre con attenzione sfogliava le pagine ingiallite di quella vecchia ristampa, facendo attenzione a far sì che non gli si rompessero tra le dita. In lontananza un vulcano siculo, con un corollario di nebbia tutt’intorno alla cima, divorato dal rosso cocente di un sole che muore.

Chiuse il libro, ammaliato dal colorarsi del cielo e delle acque che accoglievano in sé quell’enorme palla di fuoco. Distese gli arti, appesantiti dalla sua stessa ricerca di leggerezza, mentre sottili brividi come lame tutti intorno alla sua schiena. La sua vita, capitolo primo. Si, come un libro. Tutto ancora da scrivere. Cercare pace non nei ricordi precostituiti, ma in qualcosa di nuovo, da spogliare e scoprire piano, da imprimersi addosso per sostituire forme e odori più forti, ormai trascorsi, finiti.

Un sorriso appena accennato gli si dipinse sulle labbra screpolate dal sale; un filosofo amico considerato eretico dalle docili ma tanto ignoranti suore che lo avevano cresciuto quando era ormai rimasto solo. La vita, passato presento e futuro, come un circolo serpentino. La follia di essere consapevoli delle proprie capacità. Mordere il serpente del tempo, come l’uomo visto da Zarathustra, ecco quello che doveva fare. Staccargli la testa facendo forza sui denti, gustarselo piano.

Il cielo era ormai d’ebano, quando Dario si ridestò dai suoi strani pensieri. Scivolò leggero sulla duna scoscesa sottostante ai blocchi di marmo, per posarsi sulla soffice sabbia ancora tiepida, ancora viva. Intrecciò le braccia sotto la testa, perdendo lo sguardo nell’infinito di costellazioni senza tempo, mentre lampare, come lucciole, rincorrevano le prede ed un vociare lieve di gente di mare, moriva nell’incanto di quella notte.

Socchiuse gli occhi, nell’intento di aspettare un nuovo sole.

 

C O M M E N T I
Pochissisma gente al mondo riesce a coniugare nello scrivere forma e stile con l'abilita' di toccarci nell'anima come fanno i suoi racconti. Brava.... e sinceri auguri per il suo futuro.
frank loiero

è proprio vero che la penna è la mano dell'anima allora...e tu ne sei la prova vivente...
by anonima

Sei sempre mitica nel scrivere!!! Complimenti, non ti fermare mai... Il tuo bassista Salvo!

Hoku kesta brava sa Carlotta ! guitar
I N V I A  U N  C O M M E N T O
massimo 150 parole

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