di Nino Alampi
Recensire album come Handful of Soul non è cosa facile perché ci sarebbero così tanti complimenti da fare che si rischierebbe di risultare stucchevoli o, peggio ancora, banali. La cosa migliore in questi casi è lasciare le recensioni a chi, sicuramente, le sa fare meglio del sottoscritto e provare a raccontare questo disco come si racconterebbe un’esperienza, un’emozione, una storia.
Avete mai pensato a come nasce una goccia di sudore? All’inizio è solo un piccolo riflesso liquido che cresce sulla fronte, si gonfia, brilla un istante sotto i fari e poi, di colpo, cade giù lungo una scia già disegnata.
Un viaggio tra colori dipinti dalla voce unica di Mario Biondi sui tessuti sonori dell’High Five Quintet, tra le incursioni magiche di Fabrizio Bosso (trombettista di culto nel panorama jazzistico italiano) e una sezione ritmica assolutamente coinvolgente.
Provate a sentire il calore del sole sulle spiagge di Bahia e la pioggia sottile che rende lucidi i sampietrini di una viuzza di Parigi, provate ad immaginare cosa vuol dire sentire il vento che vi scompiglia i capelli su un grattacielo di Chicago e una goccia di sudore che ha lo stesso sapore del mare. Intanto quella scia si è allungata fino a tracciare un solco tra una guancia e labbra che si muovono ritmicamente per ingabbiare e lasciar scivolare via il suono. Vorreste continuare a seguirla la storia della piccola goccia di sudore, ma siete di nuovo sopraffatti dai boulevard parigini, dalle luci del Village, dagli odori di Rio che finiscono tutti dentro un assolo di tromba.
Qualcuno asciuga il sudore e ricomincia a cantare tutte le strade, tutte le vie che il jazz ha attraversato...
... A noi non resta che seguire felici quelle vie attraversando, come moderni viaggiatori, Paesi e città e ripercorrendo volti di cantanti, artisti, musicisti, come luminose gocce di sudore.